#3 L'ecovandalo della Laguna
Tra estrazione di valore, jet privati e la carità dei miliardari
Se ricevi questa newsletter forse anche tu sei un ingratə. E sì, perché né tu né io abbiamo accolto e capito le opportunità elargite dal matrimonio tra Jeff Bezos e Lauren Sanchez celebrato a Venezia il mese scorso.
Questa volta infatti facciamo rotta verso la Laguna. Vogliamo capire quanto costa all’ecosistema l’ennesimo spettacolo del potere.
Parliamo del matrimonio di Jeff Bezos tra la fascinazione che ha suscitato, le proteste e la narrazione tossica che si nasconde dietro la "filantropia" delle élite tecnologiche.
Vi rilanciamo anche un appuntamento: domani 17 luglio alle 21 sulla nostra pagina instagram saremo in diretta con Extinction Rebellion Venezia per capire cos’è accaduto durante le proteste contro l’ecovandalo della Laguna.
Buona lettura!
Dal 26 al 28 giugno, la Serenissima si è trasformata in un resort a filo d’acqua, col mondo fuori a commentare il celebrity wedding dell’anno: cronache minuto per minuto sull’arrivo degli invitati, i cambi d’abito degli sposi e poi l’esegesi del menù, rimasto segreto fino all’ultimo. Chi avrà firmato il dolce nuziale? Il Michelangelo delle torte, Bastien Blanc Tailleur? O il celebre pasticcere Cédric Grolet?
Mentre il giallo sul cake designer toglieva il sonno ai foodblogger, Venezia resisteva all’idea di poter essere affittata da un’oligarca digitale. La mobilitazione No space for Bezos, organizzata dai movimenti veneti, ha imposto un cambio di narrativa e anche uno spostamento fisico del matrimonio: per motivi di sicurezza, la festa conclusiva ha avuto un cambio di location all’ultimo momento. Non si è svolta più nella Scuola della Misericordia, ma è finita all’Arsenale, la vecchia fabbrica di armi, in una zona meno centrale rispetto ai luoghi inizialmente previsti.
In Piazza San Marco, Extinction Rebellion ha reso visibile il dominio dei mega miliardari sui governi e sulle istituzioni internazionali. Tra denuncia e performance, le proteste contro il matrimonio di Bezos sono riuscite a riportare al centro del dibattito la tossicità dei colossi tech.
A differenza del matrimonio di Mr. Amazon, le proteste non hanno messo in difficoltà Venezia, non hanno impedito ai residenti di tornare a casa.
Eppure, chi ha protestato pacificamente è statə portatə via con la forza. L’esercito di stanza in Piazza San Marco ha strattonato le attivistə di Extinction Rebellion: molte persone sono state trascinate nella sede della polizia municipale. Il movimento climatico ha anche denunciato contusioni, graffi e lividi.
Una ragazza è svenuta per un attacco di panico, un’attivista è rimasta ferita dopo essere stata scaraventata a terra. Due passanti sarebbero stati portati in Questura pur non avendo partecipato all’azione. Per qualche minuto, sul pennone di San Marco, le telecamere dei tanti TG arrivati a Venezia hanno inquadrato una scritta: “1% ruins the world”. L’uno per cento rovina il mondo.
Parte di quella minoranza era lì, protetta e felice di praticare una movida blindata, concessa dalle istituzioni e glorificata da alcuni pensatori liberali.
La carità dei mega miliardari
Nel suo caustico editoriale sulle manifestazioni dei movimenti veneti, il direttore de Il Foglio, Claudio Cerasa, consegna una specie di identikit del contestatore: “protestano con lo smartphone tra le mani, scrivono post intelligenti su server americani, si organizzano con app californiane”.
No, non è uno sfogo di Cruciani ai microfoni de La Zanzara, ma è l’incipit di un’analisi sull’approdo di Bezos a Venezia. Cerasa e tanti altri difensori di queste nozze hanno scelto di ridicolizzare le proteste. Parlano di un circoletto incoerente, colpevole di usare le piattaforme digitali e avere un telefono in tasca.
In sostanza, chi ha animato l’iniziativa “No space for Bezos” ha espresso un capriccio e si è rivelatə un “nemico della libertà”.
Ma proviamo a prendere sul serio la tesi principale di Cerasa, anche se per trovarla bisogna cancellare metà del suo articolo, intriso di livore verso i movimenti ecologisti e antifascisti:
“La presenza di Bezos dovrebbe essere trattata come una manna dal cielo, l’unico spazio pubblico affittato, l’Arsenale, incassa 1,2 milioni l’anno per eventi privati. Bezos spenderà da solo un milione per la festa, dando lavoro a cento maestranze”.
- Claudio Cerasa, Il Foglio, 27 giugno 2025
E c’è di più: questo evento “provvidenziale” avrà delle bomboniere speciali, ossia una donazione da 3 milioni di euro per progetti di restauro e tutela ambientale, destinati a grandi enti no-profit veneziani.
Insomma, bisogna ringraziare per essere stati scelti. Ma Jeff Bezos è il terzo uomo più ricco del mondo, con un patrimonio stimato di 230 miliardi di dollari (fonte: Forbes) e per le nozze con Lauren Sánchez ha speso circa 30 milioni di euro.
Secondo Quifinanza, “spendere 30 milioni di euro per il proprio matrimonio rappresenta lo 0,013% della sua ricchezza totale. Se la stessa percentuale venisse applicata a un reddito medio italiano annuo di 24.000 euro, si arriverebbe a una spesa di appena 3,12 euro: meno di quanto costerebbe un caffè con cornetto in una città italiana”.
Dunque, quei 3 milioni sono un’elemosina. Un tentativo di silenziare le critiche a un evento che ha portato 90 jet privati tra Venezia, Treviso e Verona.
Ma assestiamoci un attimo sulla “carità” dei mega miliardari e in particolare sulla filantropia dei tech bro come Bezos, Musk e Zuckerberg. Hanno tutti edificato strutture di ricerca per cercare di migliorare il pianeta, la qualità della vita e dell’ambiente.
Da cinque anni esiste il Bezos Earth Fund, un fondo da 10 miliardi per finanziare inziative a contrasto del cambiamento climatico e la perdita di biodiversità. Tra i progetti principali c’è la ricerca sulle proteine alternative, con grandi investimenti all’Imperial College di Londra e all’Università della Carolina del Nord, per studiare e migliorare le carni a base vegetale.
No, non è greenwashing. Secondo molto studiosi, c’è un orizzonte comune tra i CEO delle big tech. Si chiama lungotermismo, l’utopia dei mega miliardari.
L’utopia di una minoranza
A spiegare questa filosofia è Irene Doda, giornalista e autrice di L’utopia dei miliardari. Analisi e critica del lungotermismo (Tlon, 2024):
Ci affidiamo ai miliardari la cui esistenza può considerarsi più un sintomo del problema dell'accumulazione, della diseguaglianza globale e delle strutture del capitalismo che una soluzione.
Irene Doda, giornalista
“Abbiamo inquinato - dicono i Bezos e i Musk del mondo - abbiamo lavorato contro i sindacati e contro le organizzazioni dei nostri dipendenti, abbiamo contribuito al consumo di suolo, al riscaldamento globale, alla desertificazione, ma abbiamo un piano per farvi sopravvivere tra un milione di anni. Fidatevi di noi”, spiega Irene Doda nel suo libro.
I satelliti, i viaggi spaziali, l’intelligenza artificiale e le biotecnologie: saranno le loro creature tecnologiche a salvare l’umanità. No, non ora, neanche domani, ma tra cento, mille anni. L’uomo che si è sposato a Venezia non è una celebrità, un uomo dello spettacolo, ma un sostenitore di questo pensiero descritto da Doda.
Alla base c’è un altro concetto: l’ effective altruism (altruismo efficace), ossia l’idea che si possa migliorare il mondo soltanto con la filantropia dei ricchi.
Il lungotermismo – e il suo predecessore, l’altruismo efficace (un’altra filosofia di stampo utilitarista) – pretende di risolvere questo problema in modo completamente apolitico. Annulla il conflitto, persino il dilemma: basta fare tanti soldi e donarli alle cause giuste, e con la magia di un’equazione matematica le grandi sfide del mondo si possono affrontare. Si può fare del bene, si può agire in maniera etica, in modo perfettamente efficace. Non serve chiedersi da che parte si sta, analizzare le sfumature complesse, praticare dibattito o immaginazione politica. Le risposte ai dilemmi del nostro tempo stanno in una formula, in valori concreti e misurabili. E soprattutto stanno nelle quantità: di soldi, di crescita, di persone che possono abitare la Terra o il cosmo.
- Irene Doda
Il paradosso climatico dei jet privati
I due jet del filantropo Bezos regalano 2.908 tonnellate di anidride carbonica all’anno. Si tratta di emissioni superiori a quelle che due dipendenti di Amazon produrrebbero nell’arco della loro intera vita. Il calcolo lo ha fatto Oxfam nel report “Carbon Inequality Kills”.
Il rapporto evidenzia che i super ricchi stanno consumando una quota eccessiva del residuo margine di carbonio disponibile a livello globale.
Ma per evitare che l’aumento delle temperature superi 1,5 °C, l’IPCC indica che le emissioni complessive dovranno essere ridotte della metà rispetto ai livelli del 2010 entro il 2030 e azzerate entro il 2050.
Per restare al di sotto del limite di 1,5 °C, le emissioni dell’1% più benestante dovrebbero calare del 97% entro il 2030, un obiettivo nettamente distante dalla riduzione del 5% verso cui ci stanno conducendo le proiezioni attuali.
Non c’entrano lo sfarzo, il lusso, il menù stellato, la torta misteriosa o i vip sulle gondole. Come ricorda Marica Di Pierri nell’ultima newsletter di A fuoco, per evitare di subire i danni dell’aumento delle temperature non ci serve la carità dei ricchi. Una misura anti caldo da prendere è una patrimoniale climatica. Una tassa globale sui patrimoni di chi pensa di possedere il pianeta con la convinzione di essere il salvatore delle specie.
Il sogno classista di Daniela Santanché
A questi miraggi e utopie dei miliardari bisognerebbe rispondere almeno con la difesa dello spazio pubblico. Se nella testa dei Bezos e Musk il pianeta è solo una versione sacrificabile di The Sims, in cui simulare di vivere nelle nostre città, bisognerebbe almeno spiegare ai tech bro che quel fastidioso bug del sistema è invece la vita reale, fatta di conflitto, di processi democratici, di spazio sociale che non può essere affittato.
E invece, poche ore dopo le nozze, la ministra Daniela Santanché dichiara: “L’evento ha generato un miliardo per Venezia”.
Per confermare le sue parole il Ministero del Turismo ha pubblicato un documento in cui spiega i benefici economici generati dal matrimonio Bezos-Sanchez.
Secondo le tre pagine di analisi diffuse dal Ministero del Turismo, la cifra di un miliardo di euro si raggiunge tenendo in considerazione gli 895,7 milioni di euro “valore stimato della copertura mediatica globale”.
In pratica, di visibilità per Venezia.
Come se Venezia avesse bisogno di notorietà.
Hai capito bene: quella cifra non esiste. Ma le parole utilizzate nel documento sono un interessante manifesto politico.
“Mentre la città dipende da milioni di visitatori distribuiti su un intero anno per generare il suo fatturato turistico consolidato, un singolo evento di soli 4 giorni, con un numero estremamente limitato di partecipanti (200 ospiti), è stato stimato in grado di generare ricavi pari a quasi il 70% di quel totale annuale. Ciò significa che, pur non portando a un volume di spesa diretta comparabile a quello del turismo di massa, questi mega-eventi fungono da potenti "megafoni" globali, proiettando l'immagine della città su scala planetaria e generando un valore di brand inestimabile”
Il sogno è di spostare l’industria del turismo a un livello successivo: l’alta gamma sembra il carburante giusto per raggiungere il massimo rendimento dall’estrazione di valore. Dopo aver allontanato i residenti, l’idea è di disarcionare anche il turista medio, di scoraggiare il soggiorno lasciando spazio a super ricchi come Bezos.
Nessuna analisi sul lavoro povero, nessun appello a preservare l’integrità di una città fragile. Nessun daspo per l’ecovandalo della Laguna.
Forse chi li difende a spada tratta è ancora ingenuamente convintə che ci sia posto per ləi nel circoletto di Bezos.
Questa puntata di ecovandali finisce qui! Ma domani alle 21 ci troviamo su instagram in diretta insieme a Extinction Rebellion Venezia per continuare a parlare dell’ecovandalo della Laguna.
Ad Agosto nessun ecovandalo imbratterà la vostra casella di posta elettronica, ma torneremo a settembre con una nuova puntata su un’opera che minaccia di imbrattare il futuro.
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