#6 L'ecovandalo che minaccia il mare
Biodiversità a rischio: Bruxelles vuole chiarimenti sul rispetto della direttiva habitat. E dalla corte dei conti arriva un'altra bocciatura per il ponte.
“Tutto ciò che so, te lo dirò
E tutto ciò che non sai dire spiega il mare”
E stop, dimentica! Ormai ogni volta che ci occupiamo di questo ecovandalo dobbiamo aggiornare la nostra newsletter con un nuovo fermo o una bocciatura per il progetto del ponte sullo Stretto.
Ormai è quasi un appuntamento fisso!
Bentornate e bentornati su Ecovandali, opere che imbrattano il futuro.
Lo speciale sulla grande opera attesa da secoli continua con un po’ di aggiornamenti e con un approfondimento sulla biodiversità dello Stretto di Messina. “Si va avanti”, continua a ripetere Matteo Salvini nel suo giro di sagre autunnali, facendo finta di non dar peso alla moltiplicazione di fermi e bocciature che arrivano dalla Corte dei Conti.
In questo numero:
Le nostre Irene De Marco e Serena Cati ci fanno scoprire le forme di vita e la ricchezza di un mare che rifiuta di essere merce.
Trovate un’intervista a Francesco Turano, fotografo, subacqueo e naturalista.
Un’immersione politica ed ecologica tra correnti, specie migratrici, rifiuti che affondano nei canyon, comunità sospese tra espropri e promesse vuote.
La difesa della biodiversità è anche il tema di una lettera della commissione ambiente dell’Ue inviata il mese scorso all’Italia. Da Bruxelles arrivano preoccupazioni e segnalazioni di anomalie che dovrebbero spingere a un blocco di tutta l’operazione, prima che sia troppo tardi.
Ne abbiamo parlato con Benedetta Scuderi, europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra.
Se non l’hai ancora fatto ti invitiamo a iscriverti a Ecovandali e a segnalarci una grande opera inutile che incombe sulla tua città!
E ora, iniziamo!
Un’altra bocciatura, sempre dalla Corte dei Conti: il 17 novembre scorso i giudici non hanno approvato il decreto del primo agosto. quello che regola la convenzione firmata nel 2003 tra il ministero dei Trasporti e la società Stretto di Messina, a cui è stata affidata la gestione dei lavori di costruzione del ponte sullo Stretto. Ora c’è da aspettare 30 giorni per leggere le motivazioni. Intanto la società Stretto di Messina ha annunciato che convocherà un consiglio d’amministrazione per capire come muoversi.
Di certo c’è solo che l’euforia di agosto per la delibera Cipess è ormai un ricordo estivo.
Lo Stretto che rifiuta di essere merce
Irene de Marco
Ci sono territori che non si capiscono dalle mappe, ma dai corpi che ci vivono dentro. Lo Stretto di Messina è uno di quei luoghi che si riconoscono dagli odori, dal sale che rimane sulla pelle anche quando ti allontani, dalle storie che la gente racconta. Sono molte le famiglie che qui hanno un ricordo legato alle correnti, a un traghetto in ritardo, a un’onda che ha fatto paura. Sono memorie che non hanno bisogno di geometri né di render 3D.
Eppure, nei discorsi ufficiali, questa voce sparisce. Nel racconto dei ministeri e dei promotori del ponte non ci sono ə pescatorə che conoscono le correnti a memoria, né le persone che ogni giorno guardano il mare per capire il tempo che farà. Non c’è chi ricorda l’acqua che risaliva dalle profondità come una colonna scura, né chi ha imparato a misurare le distanze con l’occhio, senza strumenti. Non c’è la paura, la cura, l’affetto. Non c’è proprio niente di ciò che rende questo luogo vivo.
È dentro questo vuoto narrativo che nasce la grande illusione: pensare che lo Stretto sia solo una distanza da chiudere. Una riga sottile fra due terre. Un capriccio geografico da correggere. Ma chi abita lo Stretto sa che non è così. Sa che le specie migratrici – dal Pesce Spada alle alose – passano di qui seguendo percorsi millenari che non si possono comprimere né deviare senza conseguenze. Sa che la biodiversità dello Stretto è fragile, perché dipende proprio dall’incontro tra correnti, profondità, velocità delle acque. Sa che ogni rete calata in un giorno sbagliato può sottrarre più di quanto sembri. Sa che gli animali che attraversano queste acque non sono “risorse”, ma parti di un equilibrio antico che tiene insieme comunità, ecosistemi, tradizioni.
E la domanda che manca nelle narrazioni su quotidiani e nelle conferenze stampa non è “serve un ponte?”; ma “che cosa perdi quando pensi a un mare come a uno spazio da chiudere con l’acciaio?”.
Perché lo stesso sguardo che vede il mare come un ostacolo da superare è lo sguardo che lo considera anche una miniera da svuotare. È la stessa matrice culturale ed economica.
Quando il mare smette di essere relazione e diventa infrastruttura — qualcosa da “ottimizzare”, “valorizzare”, “mettere a reddito” — allora tutto ciò che lo abita diventa sacrificabile: specie migratrici, habitat, memorie, comunità.
La logica estrattiva che piega il Mediterraneo
La pesca intensiva rientra in questo quadro non come un semplice “settore produttivo”, ma come uno dei meccanismi che hanno trasformato la relazione con il mare in un rapporto basato soltanto sul prelievo, senza reciprocità né limiti.
Gli studi ecologici degli ultimi trent’anni concordano su un punto fondamentale: gli oceani non sono inesauribili e non hanno una capacità automatica di riprendersi dai danni. Sono sistemi complessi, fatti di equilibri delicati, in cui ogni processo — dalla produzione di nutrienti che sostiene tutta la catena alimentare, ai passaggi di energia fra prede e predatori, fino ai ritmi lenti e precisi con cui le specie si riproducono — reagisce direttamente alla pressione delle attività umane. La vecchia idea del mare come “riserva infinita” non ha alcun riscontro nei dati: i rapporti delle agenzie internazionali mostrano una perdita costante di quantità di vita presente in mare, di varietà di ruoli ecologici e di capacità degli ecosistemi di restare stabili di fronte allo sfruttamento.
La pesca intensiva si basa su un principio molto semplice: catturare più di quanto la vita marina riesca a rigenerare. L’industrializzazione degli attrezzi — dallo strascico che raschia il fondale, ai lunghissimi palangari pieni di ami, fino alle reti che catturano interi gruppi di pesci in pochi secondi — ha aumentato la mortalità della biodiversità marina oltre qualsiasi livello sostenibile. Questo non significa solo diminuire il numero di pesci: significa modificare l’intera catena alimentare, ridurre la varietà genetica delle popolazioni e danneggiare funzioni fondamentali degli ecosistemi, come gli habitat bentonici o le “nursery pelagiche”, ovvero quelle zone dove crescono le larve. È un ciclo che si autoalimenta: man mano che le popolazioni diminuiscono, le flotte aumentano lo sforzo per mantenere gli stessi profitti, accelerando ulteriormente il collasso.
Il Mediterraneo è uno degli esempi più problematici. Essendo un mare quasi chiuso, con un ricambio lento delle acque e coste estremamente popolate, è molto più vulnerabile agli impatti. Le analisi mostrano che quasi il 60% delle popolazioni ittiche monitorate è sfruttato oltre i limiti di sicurezza, con valori che superano il 70% per diverse specie di fondo e pelagiche molto richieste dal mercato. E i danni non riguardano soltanto gli animali pescati intenzionalmente: molte pratiche industriali catturano anche tartarughe, squali, razze e piccoli cetacei, spesso appartenenti a specie già minacciate. A questo si aggiunge la distruzione fisica degli habitat: lo strascico, ad esempio, elimina intere praterie di Posidonia, una pianta marina essenziale per produrre ossigeno, dare rifugio e nutrimento a moltissime specie e immagazzinare carbonio. La sua perdita ha effetti che durano decenni.
Dentro questo quadro, lo Stretto di Messina è un punto ecologico di importanza straordinaria. Le sue correnti opposte, le onde di marea, i movimenti continui delle masse d’acqua e le risalite di acque profonde ricche di nutrienti creano condizioni uniche che sostengono grande biodiversità e rotte migratorie essenziali. Le ricerche sugli spostamenti del Pesce Spada e di molte altre specie confermano che lo Stretto è un passaggio irrinunciabile che collega zone di riproduzione e di alimentazione.
Ma proprio mentre la capacità delle popolazioni di riprendersi diminuiva, la pressione di pesca nella zona è aumentata. Le tecniche industriali intercettano animali giovani, interrompono rotte antiche e riducono drasticamente la possibilità che le popolazioni si ristabilizzino.
Questi fenomeni non sono neutri. Modificano irrimediabilmente la biodiversità, con effetti a lungo termine che ricadono sulle comunità costiere, che perdono risorse, saperi, economie tradizionali e autonomia. È una perdita che riguarda la natura, le persone e le culture.
Raccontare la pesca intensiva, dunque, non è descrivere un semplice “problema di gestione delle risorse”. È interrogare la logica che trasforma la vita marina in merce, che considera il mare un luogo di accumulazione e non un sistema vivente.
È la stessa logica che immagina il ponte sullo Stretto come un inevitabile destino tecnologico: un’idea di territorio piegato all’efficienza, alla velocità, alla linearità, senza riconoscere complessità, ecologie, relazioni.
La blue economy
Qui entrano in gioco le promesse della blue economy: un termine che evoca sostenibilità, ma che spesso serve a ripulire nuove forme di sfruttamento del mare. Sotto il linguaggio rassicurante di “innovazione” e “sviluppo blu”, si ripropone la stessa visione che ha portato al collasso degli stock ittici: il mare come frontiera economica, spazio da ottimizzare, superficie da mettere a reddito.
Le applicazioni più diffuse della blue economy — acquacoltura intensiva, infrastrutture sottomarine, privatizzazione degli spazi marini, nuove filiere energetiche offshore — non mettono in discussione il modello estrattivo che ha prodotto la crisi ecologica: lo aggiornano, lo espandono, lo rendono più tecnocratico. Gli animali, gli habitat e gli ecosistemi restano pensati come “asset”, non come forme di vita con cui siamo interdipendentə.
Il lessico cambia, le tecnologie si raffinano, ma la logica rimane identica: estrarre valore dal mare, non costruire relazioni con esso.
I diritti del mare
In un ambiente così compresso, la crisi ecologica diventa anche crisi delle relazioni: un mosaico che si disfa lentamente, pezzo dopo pezzo.
Ragionare sui diritti della natura e, in particolare, sui diritti del mare significa riconoscere che il Mediterraneo — e lo Stretto in particolare — non sono organizzati secondo categorie umane, ma secondo dinamiche ecologiche che precedono e superano ogni nostro progetto. È un passaggio politico oltre che scientifico: rinunciare all’idea che la natura sia materiale da “gestire” e assumere che sia un insieme di soggetti e relazioni con cui siamo interdipendentə.
Le esperienze internazionali mostrano che questo cambio è possibile. In Nuova Zelanda il fiume Whanganui è stato riconosciuto come soggetto giuridico; in Ecuador la costituzione tutela i diritti della Pachamama (Articoli 71–74 della Costituzione); in Colombia la foresta amazzonica è stata dichiarata entità con diritti propri. Tutti questi casi partono dallo stesso presupposto: gli ecosistemi non possono essere protetti se restano proprietà di qualcunə. Devono avere voce, rappresentanza, e possibilità di opporsi allo sfruttamento, proprio come farebbe un soggetto umano in tribunale.
Traslare questa prospettiva sul mare significa fare un salto ulteriore. Significa affermare che anche il mare, e quindi il Mar Mediterraneo e lo Stretto di Messina, ha diritto all’integrità dei suoi processi ecologici, che le sue correnti e le rotte migratorie hanno diritto a non essere alterate, che gli animali hanno diritto a esistere al di là della loro utilità economica, gli habitat hanno diritto alla rigenerazione e che le comunità costiere hanno diritto a una relazione non predatoria con l’ambiente che le sostiene.
Non è un gesto simbolico, è una forma di governance: vuol dire che prima di prendere decisioni infrastrutturali, industriali o politiche si deve valutare se esse violano i diritti del mare.
Vuol dire che il ponte non sarebbe semplicemente “un’opera da approvare”, ma un potenziale danno a una entità vivente riconosciuta. Vuol dire che la pesca intensiva non sarebbe più “un settore da bilanciare”, ma una pratica che infrange i diritti di altri soggetti che condividono il mondo con noi.
La teoria multispecie, che attraversa antropologia, biologia ed ecologia, insiste proprio su questo punto: gli ecosistemi sono reti di coesistenza, relazioni interdipendenti tra specie diverse che non possono essere comprese né governate attraverso modelli lineari. La biologia ci mostra che nessuna specie vive isolata: la vita marina dipende da cicli che intrecciano plancton, predatori, fondali, correnti, migrazioni. L’antropologia multispecie aggiunge che queste relazioni non sono semplici “meccanismi naturali”, ma vere alleanze ecologiche, mondi condivisi, co-costruzioni.
Donna Haraway lo dice chiaramente in “Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto” quando parla di compost e di “stare con il problema”: non esistono soluzioni tecnologiche che ci salvano dall’alto, ma solo relazioni da ricostruire, specie con specie, corpo con corpo, mondo con mondo.
Applicare questo principio allo Stretto significa riconoscere che il suo valore non sta nella sua “strategicità” o nella sua “posizione logistica”, ma nella rete di relazioni ecologiche che lo attraversano. Le correnti non sono un ostacolo ingegneristico, ma un processo vitale. Le specie migratrici non sono “risorse” ma compagne di un processo di coesistenza che dura millenni. Le praterie di Posidonia non sono “fondali inutilizzati”, ma infrastrutture ecologiche che producono ossigeno, ospitano riproduzioni, custodiscono carbonio.
E ci ricorda che noi non siamo al di sopra del mare, siamo dentro le sue relazioni.
Prima che sia irreversibile
Alessandro Coltré
Giuseppe Cecchi, presidente della società Stretto di Messina Spa, descrive il ponte come un “laboratorio nazionale capace di sviluppare competenze, consolidare le migliori pratiche, attrarre investimenti e talenti, rafforzando il ruolo dell’Italia di fronte a sfide sempre più complesse”.
Dal 6 agosto, data di approvazione del progetto definitivo, i promotori della grande opera non hanno smesso di pianificare l’inizio dei cantieri e delle opere necessarie a innalzare quella che considerano la più grande sfida ingegneristica dei nostri tempi. Ma cosa accadrà dopo tutte queste bocciature da parte della Corte dei Conti?
Al momento c’è un rischio: la cantierabilità del ponte potrebbe materializzare lo spazio per accogliere un’opera che non esisterà. La finta tenacia di Salvini, espressa ormai con la formula fissa “si va avanti” risulta un tentativo posticcio di salvaguardare quel poco di agibilità politica che gli resta. I veri problemi arriveranno da chi rivendicherà la possibilità di iniziare a realizzare operazioni di bonifica, analisi territoriali e la predisposizione dei campi base.
Per capire questa situazione bisogna andare a Bruxelles, in commissione ambiente. Il mese scorso Jessika Roswal, commissaria Ue all’ambiente, ha incontrato alcuni europarlamentari italiani del Partito Democratico, di Alleanza Verdi e Sinistra e del Movimento Cinque Stelle. Al centro della discussione c’è stata una lettera inviata all’Italia alla fine dell’estate in cui la commissaria chiedeva chiarimenti su alcuni aspetti ambientali poco considerati nelle carte del progetto.
“Da parte della commissione ambiente sono arrivate diverse criticità sul ponte che riguardano la direttiva Habitat”, spiega Benedetta Scuderi, europarlamentare di AVS.
In particolare, dopo le segnalazioni di Scuderi e degli altri europarlamentari, sono emersi dubbi e possibili infrazioni in materia ambientale, soprattutto per gli articoli 6.3 e 6.4 della direttiva habitat, ossia quelle disposizioni che impongono alle autorità di accertare che i progetti infrastrutturali non compromettano gli obiettivi di conservazione naturale. Il ponte non deve avere un impatto significativo sugli habitat e sulle specie per cui il sito comunitario è stato individuato. Insomma, la cordata pro-ponte ha dimenticato che c’è una vasta biodiversità da proteggere nello Stretto.
“Bisogna fermarsi prima che tutto sia irreversibile”, continua Scuderi segnalando come il problema sia proprio la volontà politica di inaugurare questo grande laboratorio nazionale con la consapevolezza incorrere in altri fermi e in future infrazioni. L’esigenza di tagliare nastri per evitare una resa politica sta portando danni seri alla popolazione, ora alla prese con un tempo sospeso con espropri e con il timore di essere disarcionati dalle proprie terre per fare spazio al miraggio di due torri d’acciaio.
Il governo italiano vuole ignorare le bocciature della Corte dei Conti, vuole andare avanti, e lo sta facendo forzando la mano. Non vuole considerare neanche le criticità sollevate dalla commissione ambiente. Se l’Italia non sarà in grado di fornire spiegazioni, se non colmerà i vuoti progettuali arriveranno possibili procedure d’infrazione.
Esiste un problema ancora più grande, e riguarda la direttiva sugli appalti pubblici: c’è una violazione chiarissima delle normative sulla concorrenza dell’Unione Europea. Su questo punto chiederemo di indagare e di fare le dovute verifiche.
Andare avanti con il progetto del ponte significa generare uno spreco di risorse pubbliche, vuol dire provocare danni profondi a clima, ambiente e persone.
Benedetta Scuderi
Lo Stretto di Messina: un ecosistema minacciato
Serena Cati
Quando si parla dello Stretto di Messina, l’immaginario corre subito al ponte: rendering, promesse di sviluppo, slogan da campagna elettorale. Molto più raramente si parla del mare che sta sotto, delle correnti che si incrociano, delle specie che abitano questo canale stretto e profondissimo che unisce Ionio e Tirreno.
In questo ecosistema unico, da oltre trent’anni, Francesco Turano si immerge, osservando da vicino la vita che scorre sotto la superficie. Il suo racconto è una testimonianza diretta di biodiversità, di incontri straordinari e di cambiamenti silenziosi che hanno e stanno segnando il mare dello stretto.
Francesco Turano fotografa il mare da una vita: ha iniziato con la macchina fotografica a dieci anni e dal 1984 si immerge per raccontare il Mediterraneo in immagini. Non si definisce “fotografo subacqueo”, ma un cantore del mare: usa foto, testi e illustrazioni naturalistiche per divulgare, più che per cercare premi o prestigio. Dopo aver viaggiato in molti oceani, ha scelto di dedicare soprattutto allo Stretto e al Mediterraneo la sua attenzione, convinto che senza conoscere il mare non potremo mai davvero proteggerlo.
Foto @Francesco Turano
Come ci racconta Turano la ricchezza ecologica dello Stretto è però in pericolo.
“Lo stretto di Messina sarebbe sicuramente uno scrigno di biodiversità unico in tutto il Mediterraneo e questo è dovuto alla forza delle correnti, perché Ionio e Tirreno quando si incontrano alimentano la vita, modificano il territorio dal punto di vista geomorfologico, generando una vita legata a quei flussi, a quel dinamismo”
Francesco racconta però che negli ultimi anni il riscaldamento del mare e il sovrasfruttamento delle risorse marine hanno cambiato in fretta le regole del gioco. Estati sempre più lunghe e calde, picchi di temperatura del mare che sfiorano i 30 gradi, ondate di calore che in poche ore possono essere fatali per interi habitat. “Gli ultimi 4 anni sono stati violenti, perché mi sono visto scomparire delle specie da un anno all’altro, e alcune specie sono morte nell’arco di 48 ore d’estate, con l’innalzamento della temperatura”, spiega. Questo È il collasso delle comunità marine stressate da più fronti contemporaneamente: temperature fuori scala, cambiamenti chimici dell’acqua, proliferazione di batteri e virus, malattie che si diffondono su popolazioni già indebolite.
Il cambiamento climatico, non è l’unico problema di queste acque, come spiega Turano, nello Stretto la ferita più profonda è un’altra, quotidiana e molto meno discussa: la pressione della pesca intensiva che “svuota il mare più velocemente di quanto riesca a rigenerarsi”.
In altri Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, di fronte all’evidenza del declino, alcuni governi hanno iniziato a intervenire limitando le catture di specie particolarmente vulnerabili, come ad esempio il polpo.
Turano spiega come affrontare l’emergenza di un nodo culturale: “la realtà è che manca completamente una cultura del mare, cioè non esiste la cultura del mare, esiste la cultura della pesca”. Il problema non è la pesca in sé, ma piuttosto il sovrasfruttamento delle risorse marittime. Per decenni la figura del “pescatore” è stata raccontata solo come simbolo di fatica, lavoro e tradizione. Criticare il modello di pesca industriale viene spesso letto come un attacco alla sopravvivenza economica delle comunità locali, mentre la domanda vera, come garantire futuro al mare e quindi anche alla pesca artigianale e tradizionale resta sullo sfondo.
Il mare può guarire, se lo lasciamo in pace. La storia non è però solo di perdita. Francesco porta anche esempi di un Mediterraneo che sa ancora stupire quando gli si dà tregua. “Ho visto zone di mare, come Portofino e Milazzo tornare a brulicare di vita nel giro di pochi anni, quando si instaurano delle aree marine protette. Il Mediterraneo ha ancora una capacità straordinaria di riprendersi, se lo lasciamo in pace.”
In questo quadro arriva il ponte. Non solo come opera, ma come modello: un’infrastruttura pensata per accelerare le merci, i flussi, la velocità, in un luogo che avrebbe bisogno di rallentare, di fare spazio, di ricostruire relazioni ecologiche. E di nuovo Turano offre un pensiero prezioso, affermando che “la costruzione di un ponte sullo Stretto significa trasformare un santuario naturale in un corridoio infrastrutturale. È un po’ come immaginare un grattacielo nel mezzo di Yellowstone”.
Foto @Francesco Turano
In fondo al mar i rifiuti troverai
Se nelle parole di chi si immerge nello Stretto la prima minaccia alla biodiversità viene dalle reti e dagli ami, la seconda vive ancora più nascosta, nei canaloni bui che scendono tra Calabria e Sicilia. Qui non arrivano i sub, ma arrivano i rifiuti.
Nel 2019, un anno che potrebbe sembrare lontano, ma che resta drammaticamente attuale visto il poco che è cambiato da allora, le ricercatricə dell’IGAG-CNR e de La Sapienza pubblicano su Scientific Reports uno studio dal titolo che è già un programma: Massive benthic litter funnelled to deep sea by flash-flood generated hyperpycnal flows. Il lavoro esplora lo Stretto di Messina e i suoi canyon sottomarini: con robot filoguidati (ROV), sonar e rilievi batimetrici, il team va a vedere cosa c’è davvero sul fondo di quei canali ripidi che iniziano a pochi metri dalla riva e scendono oltre i 500–600 metri di profondità.
Quello che trovano è una scena che assomiglia più a una discarica che a un fondale naturale: quasi 4.000 oggetti contati lungo poco più di sei chilometri di transetti video, con densità che arrivano fino a circa 200 oggetti ogni 10 metri di fondale nelle porzioni più profonde dei canali siciliani. La maggior parte è plastica “urbana”: oltre metà plastica morbida (sacchetti, imballaggi), un altro quarto plastica rigida (bottiglie, tubi, giocattoli, sanitari), pochissimi attrezzi da pesca (meno dell’1 per cento). Tra i cumuli compaiono anche mattoni, ferri, mobili, copertoni, un’auto, una barca affondata: quello che le ricercatricə chiamano Marine Municipal Solid Waste, rifiuti solidi urbani marini.
Lo studio ricostruisce anche come tutti questi rifiuti finiscono laggiù. Il punto chiave sono le fiumare: torrenti ripidi e per lo più asciutti che solcano i versanti calabresi e siciliani. D’estate sono letti di ghiaia, spesso usati come punti di scarico. Lo spostamento dei rifiuti avviene poi con le sempre più frequenti piogge intense, diventano colate cariche di sedimenti e rifiuti, con portate di centinaia di metri cubi al secondo. Quando queste “valanghe” arrivano al mare, sono così dense da affondare, trasformandosi in correnti pesanti che scorrono lungo il fondale, entrano nei canali dello Stretto e trascinano giù tutto, terra e immondizia. Nei punti in cui la pendenza diminuisce o i canali si allargano, il materiale rallenta e si deposita, formando colline di rifiuti.
Due anni dopo, il 19 gennaio 2021, questo caso locale entra nel quadro globale. Un team internazionale guidato dall’Università di Barcellona pubblica su Environmental Research Letters una grande review dal titolo The quest for seafloor macrolitter: a critical review of background knowledge, current methods and future prospects. L’articolo passa in rassegna tutti i dati disponibili sui rifiuti “macro” sui fondali del pianeta, canyon, piane abissali, coste profonde, e costruisce una mappa dei principali hotspot. Dentro questa mappa lo Stretto di Messina svetta: le densità misurate dal gruppo CNR–Sapienza vengono riconosciute come fra le più alte mai registrate al mondo sui fondali profondi.
In questo quadro, lo Stretto di Messina non è solo un “hotspot” di biodiversità minacciato dalla pesca e dal riscaldamento delle acque: è anche un laboratorio estremo della crisi dei rifiuti, dove la combinazione di urbanizzazione costiera, cattiva gestione del ciclo dei materiali, eventi estremi e morfologia del fondale trasforma uno dei luoghi più dinamici del Mediterraneo in una discarica d’abisso. I profondi canyon custodiscono la memoria solida del nostro modello di sviluppo: strati di plastica e rottami che si accumulano negli anni, molto più lentamente di quanto cambino le correnti, ma abbastanza in fretta da mettere sotto pressione anche la vita che abita il buio. E, come ricordano le ricerche più recenti, nonostante le molte osservazioni fatte, i percorsi, la distribuzione e la reale portata del danno causato dai rifiuti sugli ecosistemi di fondo restano in gran parte sconosciuti.
La storia dello Stretto di Messina ci ricorda che la biodiversità è un patrimonio da difendere, non solo per il suo valore ecologico, ma anche per il legame che unisce le comunità locali al mare.
È difficile parlare di futuro dello Stretto, del ponte, delle infrastrutture, della “valorizzazione”, senza fare i conti con questo doppio volto: un santuario naturale e, allo stesso tempo, uno degli archivi di rifiuti più densi del pianeta. In questo spazio di tensione, la resistenza e la consapevolezza restano le armi migliori per contrastare le grandi opere che minacciano l’ambiente e le comunità, e per provare a restituire allo Stretto la possibilità di continuare a essere vivo, sopra e sotto la linea dell’acqua.
Questo numero di Ecovandali finisce qui! Torneremo tra due settimane nelle vostre mail con nuove puntate sulle opere che imbrattano il futuro.
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Grazie per l'articolo, è un monumento alla sensibilizzazione sugli ecosistemi marini. Da umile lettore che si è ritrovato a leggere questa bellissima newsletter, vorrei permettermi di eccepire che manchi un passaggio importante: la valutazione dell'impatto che la costruzione e la presenza di un ponte avrebbe sull'ecosistema dello stretto. Si parla a lungo sia dell'importanza dello scambio di correnti e del ruolo che lo stretto ha nell'ecosistema dell'intero mar Mediterraneo, sia dell'importanza di una cultura ambientale non estrattiva e non capitalistica, ma non si dice se né in che modo il ponte comprometterebbe la stabilità dell'ecosistema, al contrario della pesca intensiva e della produzione di rifiuti. Valutare i possibili rischi ambientali connessi al ponte, invece, potrebbe essere fondamentale per contrastarne la costruzione.