#9 Gli ecovandali delle nevi
I giochi mortiferi di Milano-Cortina
Ciao, rieccoci qui a schedare gli ecovandali che deturpano l’ambiente e che devastano le città. Con questa puntata si capisce che non ci troviamo di fronte a dei casi isolati, ma a una macchina ben oliata che fa a pezzi montagne, boschi e conti pubblici.
E dobbiamo affrettarci, a breve sarà impossibile sentir parlare di loro. Bisogna raccontarli prima che i bracieri olimpici si accendano.
Abbiamo ancora qualche ora per mettere in fila i danni degli ecovandali delle nevi.
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E ora cominciamo!
Armonia
Uno a Milano, all’arco della Pace, l’altro a Cortina d’Ampezzo, in Piazza Dibona. Venerdì 6 febbraio i due bracieri si accenderanno in sincronia decretando l’inizio dei giochi olimpici invernali.
Dalle otto di sera di venerdì la liturgia olimpica entrerà nella sua fase coinvolgente e spettacolare. I riflettori illumineranno il centro di San Siro, nel cuore dello stadio ci sarà un palco di design formato da quattro rampe che simboleggiano i collegamenti con i territori montani delle olimpiadi.
Armonia, questa la parola che guiderà la cerimonia inaugurale:
Armonia tra città e montagne, tra uomo e natura, tra popoli, arti e culture, tradizione e futuro. Dal greco questa parola significa mettere insieme elementi diversi e questo che sposa benissimo lo spirito di questa cerimonia, la consonanza fra uomo e natura che è ricetta di sopravvivenza per questo pianeta.
Dal sito di Milano-Cortina
Tra qualche ora inizierà l’ibridazione: le funzioni critiche si ridurranno al minimo e tutte le ragioni che fondano l’opposizione a questo grande evento estremo congeleranno per un po’.
Spazio ai corpi che sfidano il tempo, ai movimenti all’unisono sul ghiaccio, alle cadute sulle piste e ai colpi di scena. C’è chi seguirà tutto con passione e cura, chi con curiosità e chi, senza troppa attenzione, guarderà in tv o sul telefono il ritorno del curling, del bob e di altri discipline invernali.
Sentiremo parlare di un’edizione policentrica, di gare disputate in diverse regioni, ci saranno collegamenti con Livigno e Pedrazzo, si parlerà di comunità, di fratellanza e di come i giochi olimpici possano favorire il dialogo tra metropoli e montagna.
Ricordiamolo, queste sono le olimpiadi più sostenibili di sempre. Lo diranno anche le mascotte dei giochi, Tina e Milo, due vivaci ermellini che rappresentano la natura, la sostenibilità e lo spirito italiano contemporaneo.
Per rendere tutto più coinvolgente e pop Milano-Cortina schiererà Mariah Carey, Ghali, Laura Pausini, Andrea Bocelli, Matilda De Angelis, Pier Francesco Favino e Sabrina Impacciatore.
Una formazione che avrà il compito di interpretare il concetto di armonia, di farcelo sentire. Gli organizzatori vogliono garantire un’esperienza immersiva. Saremo accanto a loro, insieme a questo “cast di eccellenza che farà vibrare il mondo”.
E forse ci riuscirà a farlo tremare, di sicuro la cerimonia di apertura provocherà una serie di sussulti e di sbalzi narrativi che faranno precipitare in un abisso tutto ciò che è accaduto prima dell’accensione dei due bracieri.
Del resto è difficile accostare la parola armonia al percorso di costruzione di questo mega evento che fino a oggi è stato solo uno spettacolo poco edificante.
Se teniamo insieme la devastazione ambientale generata dai cantieri delle olimpiadi con le ultime notizie su Milano-Cortina entriamo in una puntata di Black Mirror scritta da Niccolò Ammaniti in cui troviamo Massimo Boldi, nel ruolo del tedoforo escluso perché autoproclamatosi campione di f**a, il ministro Matteo Salvini che vuole vederci chiaro sui portatori della fiamma olimpica, tanto da convocare una riunione per colpire un vecchio campione; il concorrente iconico degli anni ‘90 Gabriele Sbattella, l’uomo gatto. La sua colpa? Aver fatto domanda online per diventare tedoforo scatenando l’ira di ex atleti e dello show biz. Intanto, sullo sfondo, un paesaggio segnato dalla crisi climatica e dagli sbancamenti, dal riscaldamento globale, dall’erosione e da un modello estrattivo che lascerà una legacy fatto di cemento, impianti infrastrutture inutili e debiti.
E poi - stacco - quasi sul finire di questa racconto l’arrivo degli agenti dell’ Immigration and Customs Enforcement, le squadracce violente di Trump che tra la neve e il gelo non esprimono lealtà, competizione o fratellanza ma solo scie di sangue e scene di sopraffazione. "Più veloce, più alto, più forte - insieme" (Citius, Altius, Fortius - Communiter), è il motto dei giochi olimpici. Per le milizie dell’ICE è invece il modo di esercitare violenza sul ghiaccio di Minneapolis, con l’unico scopo di annientare chi passa davanti le loro divise.
La loro presenza ai giochi diventa così un oltraggio che si aggiunge allo scempio ambientale e allo spreco di fondi pubblici. Un’altra offesa alle Alpi, a Livigno, Bormio, alle Dolomiti ampezzane, alla Valle di Anterselva e a tutti quei luoghi che le Olimpiadi avrebbero dovuto unire in modo armonico alla città.
Ora dobbiamo fare i conti con i danni degli ecovandali delle nevi: si muovono in massa con mezzi inquinanti, rubano i soldi della comunità, li sprecano per oggetti inutili, contaminano zone di pregio e squattano in alta quota credendo di avere il diritto di restare. Le tracce della loro devastazione sono parte della vera eredità di questi giochi invernali. E forse, sempre con armonia, dopo i postumi dell’ubriacatura olimpica, a legare città e montagna sarà l’eco di una potente bestemmia.
Una relazione tossica
Partiamo da una relazione tossica puntualmente nascosta durante ogni competizione olimpica, quella tra il comitato organizzatore e gli sponsor delle industrie più inquinanti del mondo. L’ultimo report di Scientists for Global Responsibility e de New Weather Institute afferma che i Giochi emetteranno circa 930.000 tonnellate di emissioni di anidride carbonica. Un impatto che si tradurrà nella scomparsa di oltre 14 milioni di tonnellate di ghiaccio glaciale e di più di 2,3 chilometri quadrati di copertura nevosa: una superficie paragonabile a circa 1.300 campi olimpici di hockey su ghiaccio.
Secondo i ricercatori non si possono analizzare gli impatti delle olimpiadi senza considerare le “emissioni da sponsorizzazione”. Per questo il report le ha calcolate tramite la metodologia del Weighted Average Cost of Capital (WACC). Si tratta di una metrica recentemente sviluppata che quantifica l’aumento delle vendite di prodotti inquinanti indotto dal prestigio del brand olimpico.
Per Milano-Cortina 2026, la partnership con Eni, Stellantis e ITA Airways genera un impatto invisibile ma devastante: circa 1,3 milioni di tCO2e di emissioni indotte. Questa cifra supera del 40% l’intero footprint ufficiale dei Giochi.
Consideriamo l’impatto di Eni: Il contratto con il gigante del fossile è responsabile da solo di 693 ktCO2e indotte, oltre la metà delle emissioni da sponsorizzazione analizzate.
Promuovere settori che accelerano il riscaldamento globale durante un evento che dipende dal freddo è un grande atto di sabotaggio o di masochismo.
Eni non vuole solo la possibilità di sponsorizzare i giochi, vuole il potere di farli sparire.
“Questo rapporto aggiunge ulteriori prove, mostrando che gli sport invernali contribuiscono a quell’impatto sia direttamente attraverso le loro emissioni di carbonio, sia promuovendo i grandi inquinatori tramite pubblicità e sponsorizzazioni. Ma significa anche che gli sport invernali possono essere parte della soluzione, ripulendo le proprie pratiche e rinunciando agli sponsor inquinanti.”
Stuart Parkinson, direttore di Scientists for Global Responsibility.
Per i ricercatori, nel caso delle Olimpiadi invernali, le leve più incisive per contenere l’impatto climatico sarebbero l’interruzione dei rapporti di sponsorizzazione con imprese fortemente legate ai combustibili fossili, la rinuncia alla realizzazione di nuovi impianti sportivi e infrastrutture accessorie, e una drastica riduzione degli spostamenti aerei del pubblico.
La storia offre una via d’uscita. Alle Olimpiadi di Calgary 1988, l’élite dello sci guidata da Steve Podborski e la campagna del Dr. John Read diedero il via alla trasformazione dei Giochi in eventi smoke-free portando alla messa al bando totale degli sponsor del tabacco a Lillehammer 1994.
Oggi, i combustibili fossili sono il nuovo tabacco: un rischio per la salute pubblica e per il futuro dello sport invernale.
E poi c’è la collezione di opere indispensabili per i giochi che a breve potrebbe conoscere solo la ruggine. Ma a determinare il danno procurato da queste infrastrutture resta la loro stessa progettazione; il modo in cui sono state concepite e poi realizzate. Come ricorda Tommaso Gori su Lucy sulla Cultura:
La rovina, qui, non coincide con l’abbandono futuro, ma è inscritta nel progetto stesso, nella pianificazione accelerata, nella speculazione immobiliare e nell’eccezionalità olimpica che sospende ogni valutazione di lungo periodo. In questo senso, Cortina non rischia di diventare una rovina dopo i Giochi: lo è già durante la loro realizzazione, dove in assenza di una verifica ambientale non si seminano infrastrutture durature ma cicatrici anticipate nel paesaggio alpino.
E ancora, i simboli: l’abbattimento di centinaia di larici per fare spazio alla pista da Bob di Cortina è forse quello più forte. Ma c’è un rischio a elevare i ceppi degli alberi tagliati a emblema della devastazione.
Uno sfregio, certo, ma Luigi Torreggiani, giornalista e dottore forestale, sull’ Altramontagna ci ricorda l’importanza di allargare lo sguardo, anzi di modificarlo e di allontanarci dalla prospettiva urbanocentrica.
Cosa racconta il lariceto di Cortina?
Quella porzione di bosco nei primi decenni del Novecento era un pascolo arborato utile alle comunità locali per il legname e il sostentamento. Con l’avvento del turismo e degli sport invernali – segnato soprattutto dalle Olimpiadi del 1956 – il bosco fu progressivamente integrato in un modello di uso turistico-ricreativo.
Torreggiani mette in guardia dall’eccessiva semplificazione: trasformare gli alberi abbattuti in icona universale del danno ambientale rischia di oscurare altri impatti ben più massicci e meno visibili — come la cementificazione, il consumo di suolo, le emissioni e la pressione antropica diffusa.
Se fosse stato semplicemente gestito dal punto di vista forestale, anche attraverso dei tagli programmati per produrre buon legno di larice o per modellarlo a una dolce fruizione turistico-ricreativa, non avrebbe certo subìto danni permanenti. Ma quel bosco, ormai da decenni, è stato invaso da un modello di sviluppo di cui la nuova pista da bob è solo l’ultima, eclatante espressione. Un modello che sembrava finalmente essersi placato, almeno in quel luogo, ma che con l’arrivo dei Giochi ha ripreso vigore.
Per questo il vero problema non è da ricercare nel taglio degli alberi in sé. Per questo coprire i ceppi di larice di questa carica simbolica può trasformarsi in un’operazione fuorviante.
Luigi Torregiani su l’Altramontagna
Al di là delle conseguenze ambientali e visive, le opere olimpiche risultano fragili anche sul piano economico. È legittimo destinare risorse pubbliche così ingenti a strutture pensate per un utilizzo effimero, che una volta spenti i riflettori lasciano debiti, danni ecologici e opere prive di reale funzione sociale? Le prime stime parlavano di un investimento attorno a 1,3 miliardi di euro. Oggi, invece, le proiezioni oscillano tra i 5 e i 7 miliardi: circa 1,9 miliardi per l’organizzazione e oltre 3,5 miliardi per infrastrutture come strade, ferrovie e impianti sportivi. Un onere che grava in larga parte su Stato e Regioni, smentendo apertamente la retorica dei “Giochi verdi a costo zero”.
Restare lucidi
Il report Winter Olympics in a warming world con un’analisi delle aumento delle temperature nelle città che hanno ospitato i giochi ci aiuta a restare lucidi e a considerare una grande verità: da competizioni sulla neve e sui ghiacci le olimpiadi invernali stanno diventando un evento che deve produrre le condizioni in cui può esistere.
Secondo i numeri forniti dal comitato organizzatore per rendere possibile lo svolgimento delle competizioni sarà necessario produrre circa 2,4 milioni di metri cubi di neve artificiale. Un’operazione che richiede grandi quantità di energia e acqua in un contesto alpino già sottoposto a forte stress climatico e idrico.
L’innevamento artificiale non è più un’eccezione, ma una condizione strutturale dei grandi eventi sportivi invernali, come dimostrano le edizioni di Sochi 2014 e Pechino 2022. L’acqua necessaria per produrre la neve equivale al consumo annuo di una città di medie dimensioni e viene spesso sottratta a fiumi e bacini montani attraverso invasi e derivazioni.
Gli studi indicano che la profondità media della neve a febbraio a Cortina è diminuita di circa 15 cm nel periodo 1971-2019.
Cortina aveva già ospitato le Olimpiadi nel 1956. Da allora, secondo il report, le temperature medie di febbraio sono aumentate di 6,4°F (3,6°C). Il riscaldamento ha spinto la media di febbraio molto più vicino al disgelo: 27,1°F nel 2016-2025, contro 19,3°F nel 1956-1965.
Milano, sede degli sport del ghiaccio indoor, mostra lo stesso trend: +5,8°F (3,2°C) sulle temperature di febbraio nello stesso arco temporale.
Il report quantifica anche la perdita di “inverno vero”: nel decennio dopo il 1956, Cortina registrava in media 214 giorni/anno sotto zero. Nel 2016-2025 la media scende a 173 giorni: 41 giorni in meno, un calo del 19%.
Tradotto in condizioni di gara: più probabilità di pioggia, neve bagnata, scarsa copertura, e superfici meno performanti. Quando il manto non riesce a rigelare, aumenta il rischio di infortuni e la competizione può diventare meno equa (chi parte dopo trova condizioni peggiori).
Per le Paralimpiadi il rischio è maggiore perché si svolgono in marzo, quando le temperature sono più alte e aumenta la probabilità di pioggia invece che neve. Lo stesso studio stima che oggi solo 49 su 93 siti (il 53%) sono affidabili per le Paralimpiadi invernali. Nel 2050, nello scenario intermedio, resterebbero 22 su 93 (il 24%). E nello scenario ad alte emissioni, la possibilità di tenere i giochi paralimpici in marzo verrebbe quasi azzerata entro gli anni 2080: solo 4 siti su 93 manterrebbero condizioni affidabili.
Negazione
Per il presidente della Fondazione Milano Cortina, Giovanni Malagò, i Giochi invernali 2026 sono tra i meno presi d’assalto da proteste e polemiche.
A quanto pare la negazione è la vera protagonista di questi giochi invernali, visto che queste olimpiadi hanno generato un fronte ampio di dissenso basato su conoscenze e ragioni molto più solide di alcune piste e di tanti impianti da poco entrati in funzione per le olimpiadi.
Negare l’esistenza delle voci critiche aiuterà a reprimerle durante i giochi. Così, la vita vera sulla montagna sarà interdetta, ma a rovinare il presunto candore di questi giorni restano la presenza dell’ICE e l’ingiustizia per la morte di un lavoratore, Piero Zantonini, vigilantes morto di freddo la notte tra il 7 e l’8 gennaio a Cortina durante un turno ai cantieri dei giochi invernali. Qualche giorno prima aveva parlato ai colleghi e ai familiari delle condizioni difficile di lavoro, del gabbiotto ghiacciato dove non ha trovato la nessuna traccia di armonia ma solo la ferocia dello sfruttamento.
Questo numero sulle olimpiadi finisce qui.
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