#5 ll ponte delle illusioni
La Corte dei Conti boccia il progetto della grande opera, ma la sua ombra resta sullo Stretto e continua a sedurre i divulgatori scientifici di Geopop
Eccoci di nuovo qui, sempre sullo Stretto di Messina, con l’ombra di una grande opera capace di sedurre divulgatori scientifici, appassionati di costruzioni e cordate imprenditoriali.
Abbiamo deciso di sostare un po’ tra Calabria e Sicilia, lo faremo con diverse puntate dedicate agli impatti sociali e ambientali di questo ecovandalo.
Per Messina, per Villa San Giovanni, per i paesi coinvolti, ma in generale per il Sud Italia, il ponte sullo Stretto è una presenza costante: uno spettro evocato da un rito che ogni volta si arricchisce di frasi, di passaggi e di figure in grado di dirottare risorse verso pubbliche questa grande operazione coloniale.
Uno spettro che accompagna da sempre chi è nato in Sicilia e in Calabria, come ci raccontano
Enrica Muraglie, giornalista de Il Manifesto e di EconomiaCircolare.com.
Kento, rapper e scrittore.
Due voci, una siciliana e l’altra calabrese, che aiutano a tratteggiare l’infrastruttura come un fatto sociale, e non come una “straordinaria opera d’ingegneria” da omaggiare con modelli 3D e panegirici.
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Ora iniziamo!
Il ponte delle illusioni
Serena Cati
Prima luglio, poi settembre, ora novembre. Un calendario disegnato sulle illusioni, quello di Matteo Salvini. Il ministro dei Trasporti continua a parlare di posa della prima pietra del ponte sullo Stretto, anche se restano da sciogliere nodi profondi e tutt’altro che marginali.
Oggi, 30 ottobre, dopo la notizia della scorsa serata, il progetto inciampa ancora, un’altra volta, e per davvero, davanti alla Corte dei Conti. I magistrati contabili hanno deciso di non concedere il visto di legittimità alla delibera del CIPESS che avrebbe sbloccato i 13,5 miliardi per l’opera, rimandando tutto all’esame dell’organo collegiale. La decisione nasce dai rilievi su costi, procedure e compatibilità ambientale, con richieste di chiarimenti che il governo dovrà fornire entro trenta giorni. In pratica: il Ponte resta fermo ai blocchi di partenza.
A Palazzo Chigi la notizia è arrivata come una scossa. Giorgia Meloni ha parlato di una “invasione di campo” da parte della Corte, accusandola di aver oltrepassato i propri limiti istituzionali e di voler ostacolare “una scelta politica legittima”. Salvini, insieme al neo eletto presidente della Calabria Roberto Occhiuto, si è subito fatto sentire: entrambi hanno ribadito che il ponte rappresenta “un’immensa occasione per il Mezzogiorno e per l’Italia intera”, promettendo che non si fermeranno.
Ma la realtà è che il progetto più controverso d’Italia è di nuovo in stand-by, intrappolato tra ricorsi, dossier incompleti e propaganda in alta definizione.
Torniamo allora un passo indietro, per capire meglio. Già il mese scorso la Corte dei Conti aveva chiesto spiegazioni sul rapporto del Consiglio dei Ministri che classifica il ponte come opera di “motivi imperativi”, invocando salute e sicurezza pubblica e negando l’esistenza di alternative credibili.
La procedura d’urgenza sembrerebbe essere stata utilizzata per aggirare i vincoli europei sulle valutazioni ambientali, in particolare sulla VINCA (Valutazione d’Incidenza Ambientale). Dubbi emergono anche sul ruolo del Cipess, che invece di approfondire come ci si sarebbe aspettato si è limitato a elencare le attività previste senza un’analisi puntuale.
Un altro nodo riguarda l’assenza del parere del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, ritenuto da molti tecnici un passaggio indispensabile. Vengono chieste anche spiegazioni sulle discrepanze tra i costi del progetto preliminare e quelli del definitivo, e sulle stime di traffico e piano pedaggi, ancora poco trasparenti nonostante siano elementi chiave per valutare la sostenibilità economica dell’opera.
Il nodo sulla VINCA e gli interessi superiori
Uno dei punti più controversi, come accento, è la Valutazione di Incidenza Ambientale (VINCA), principale strumento con cui l’Europa difende la rete Natura 2000, ossia quell’insieme di aree protette nate per preservare habitat e specie a rischio.
Lo Stretto di Messina ricade in pieno in questo mosaico di biodiversità: due Zone di Protezione Speciale e undici Siti di Interesse Comunitario, tra cui la Laguna di Capo Peloro e i laghi di Ganzirri, veri gioielli naturalistici. Proprio per questo, la VINCA inizialmente aveva evidenziato incidenze negative non mitigabili. Poi, con una procedura straordinaria di terzo livello, il governo ha dichiarato l’opera di “interesse pubblico prevalente” per forzare la deroga.
Ma restano due problemi enormi: non è mai stata dimostrata l’assenza di alternative meno impattanti (come richiede la direttiva europea) e non è mai stato chiarito cosa significhi davvero questo interesse superiore.
Gli studi presentati risultano incompleti: sugli impatti idrici, ad esempio, si parla di dati vecchi di 70 anni, mentre il cantiere prevede operazioni pesanti come jet grouting e scavi profondi, con rischi concreti di salinizzazione irreversibile delle falde.
Prima da Washington, poi dall’Europa e ora da casa: la propaganda di Matteo Salvini è stata smontata da tante località e da ogni angolazione. Ora il rischio più grande è assistere all’inizio di una serie di cantieri che colpiranno migliaia di persone con espropri, movimento terra e varianti urbanistiche.
Intanto Webuild apre alle assunzioni: in poche ore sono arrivate più di cinquemila domande per lavorare alla costruzione dell’opera del secolo. “Un’opportunità per migliaia di posti di lavoro in Calabria e Sicilia”, scrive l’azienda del consorzio d’imprese che realizzerà il ponte.
La campagna di assunzione esce alla vigilia della pronuncia dell’organo collegiale, un modo per calmare le acque attorno alle tante inadeguatezze che ormai sono trapelate.
Si parla di opportunità per il Sud, c’è chi racconta di una visione e di sviluppo, mentre scorrono le slide e render del ponte, ma stavolta è chiaro che si tratta solo di un miraggio.
Un rumore di fondo
Kento
Leggi qui la trascrizione dell’audio
“Lo stretto è un confine vivo, è un luogo di passaggio, di miti, di scontri e di incontri. È dove Scilla e Cariddi insegnano a non avere paura del pericolo ma a conoscerlo, a rispettarlo. Gettare un ponte su tutto questo è come voler asfaltare la complessità, rendere il Mediterraneo una semplice corsia di transito tra il nord e il sud. Culturalmente dire no al ponte significa difendere una visione del sud non come cantiere ma come culla. Significa voler ricucire e non collegare, ricucire comunità, ricucire storia, ricucire fiducia”.
-Kento-
Un’ombra minacciosa su Scilla e Cariddi
Enrica Muraglie
Un ponte che porta il sud al nord, perché il movimento sia sempre quello, ma solo se a compierlo è un certo sud: italiani e bianchi. La nostra porta di accesso al mondo “civilizzato”, millantata da chi ha memoria corta e prima, tra le soluzioni, proponeva di lavarci col fuoco.
Ora si è passati al più moderato “aiutiamo il sud a crescere”, con quella insopportabile postura paternalista e coloniale. Intanto il tempo, “passista perfetto e inesorabile”, come diceva mio nonno, scorre col suo passo freddo e puntuale.
Sono quasi trent’anni, da quando ho memoria, che questo ponte esiste nelle nostre menti e incombe come un’ombra minacciosa su Scilla e Cariddi. Che proprio non vogliono saperne, di un ponte sulle loro teste.
Non è la “vita lenta”, non è il desiderio di conservare l’arretratezza strutturale che immediatamente è collegata, nell’immaginario comune, al meridione d’Italia. Quello stigma che noi meridionali abbiamo digerito, sentiamo appiccicato addosso e vediamo tutti i giorni guardandoci allo specchio.
Ma da chi sia stato costruito, questo specchio attraverso il quale ci vediamo e percepiamo, è una domanda che ho cominciato a pormi soltanto di recente. Perché qualcosa è cambiato.
È desiderio di autodeterminazione quello che nei siciliani e nelle siciliane, nei calabresi e nelle calabresi, si è risvegliato in questi mesi, da quando il ponte sullo stretto sembra di nuovo - per l’ennesima volta - un progetto reale e non più fantasma.
Sarà forse finita la rassegnazione, e questa volta il sud Italia non ci sta a essere trattato o come canale di scolo del peggior turismo di massa, o come un bambino viziato e troppo lento da rieducare.
Basta “grandi opere” imposte dall’alto e che nulla hanno a che vedere con i bisogni dei territori.
Basta perseguire un modello di sviluppo estrattivista e unicamente basato sul profitto, a danno di ambiente, comunità ed economia locali. Il 29 novembre la fine della rassegnazione si fa collettiva e si fa piazza, quella del corteo “no ponte” a Messina. Sarebbe bello esserci tutti e tutte: movimenti, collettivi, associazioni, persone da tutta Italia e oltre.
Questa volta, il movimento lo dobbiamo compiere al contrario. Verso sud, e con tutti gli occhi puntati sul sud. Dove si gioca la partita politica, ambientale e umana del futuro.
Geopop e quella crush per il ponte sullo Stretto
Alessandro Coltré
Cosa succede al nostro corpo quando facciamo una risonanza magnetica? Disseta di più l’acqua fredda o a temperatura ambiente? Come funziona un lanciafiamme? Cos’è la sintesi proteica? E ancora: come si formano gli tsunami? Cosa succede al nostro cervello se assumiamo ketamina? Ma lo sapevi che nel gin tonic c’è una sostanza con proprietà antimalariche?
Fare binge-watching su Geopop è incredibile: dopo un’abbuffata di contenuti sul canale di divulgazione scientifica più seguito in Italia sopraggiunge un senso di appagamento che non è dovuto soltanto alla dopamina in circolo.
Al quinto o al sesto video arriva la consapevolezza di aver colmato una serie di vuoti e di aver acquisito conoscenze su tanti fenomeni della realtà che di solito diamo per scontati.
Geopop è una risorsa per studiare, è il sostegno in classe per un insegnante ed è un distributore di curiosità. Ecco, per esempio, al prossimo aperitivo potrai dire che il gin tonic nasce a metà Ottocento come espediente per mandar giù il chinino, un farmaco contro la malaria.
Nato come progetto indipendente nel 2018 da un’idea del geologo Andrea Moccia, nel 2021 Geopop entra a far parte di Ciaopeople, il gruppo editoriale di Fanpage.it, The Jackal, Kodami, Cookist e di altri canali di informazione e intrattenimento. Con 10 milioni di follower su tutte le piattaforme e con una vastissima community che interagisce con la redazione, Geopop ha saputo rinnovare quel piacere della scoperta portato in TV da Piero e Alberto Angela.
Il successo di Geopop dimostra che esiste ancora una grande fame di sapere. Il gruppo di Moccia riesce a soddisfare questa domanda con dei format di infotainment capaci di aprire un sentiero verso argomenti scientifici e tecnici di solito percepiti come distanti e riservati a un pubblico specialista.
“Cercheremo di avere un approccio quanto più neutrale e analitico possibile”. Questa frase è una costante nei video di Geopop. La dichiarazione serve a esplicitare la volontà di non privilegiare nessun tipo di posizione su quanto raccontato.
Questo proposito resta anche nei video sponsorizzati e nei contenuti realizzati in partnership commerciali. L’asciugatrice rovina i vestiti? Si domanda Andrea Moccia all’inizio di un video sul funzionamento dell’elettrodomestico.
Cinghia, cestello, ventola, condensatore: Moccia smonta tutto, spiega la meccanica di ogni singolo pezzo del prodotto e invita a guardare il video perché alla fine fornirà dei consigli scientifici su come impostare al meglio un programma di asciugatura.
Whirlpool ha scelto i migliori. Con un video reel uscito in collaborazione, il colosso degli elettrodomestici ha ottenuto un racconto efficace che invita a comprare un’asciugatrice usando lo spiegone come espediente narrativo. Alla fine del video Moccia ringrazia la multinazionale per il sostegno e per aver fornito un’occasione di approfondimento a tutta la community.
I giochi scientifici di Clementoni, i servizi idrici di Iren, i gasdotti di Snam: diversi lavori di Geopop sono prodotti commissionati da grandi aziende che hanno deciso di promuoversi attraverso questo canale di divulgazione.
Nulla di occulto, è tutto visibile. Si tratta di una scelta: per loro le grandi multinazionali del fossile e del cemento sono degli asset, mentre sembra non essere un valore rinunciare a un finanziamento per questioni ecologiche, etiche e di sostenibilità.
E non serve fare un’inchiesta per capire che i contenuti sul Ponte sullo Stretto nascono dalla serie “le opere di Webuild raccontate da Geopop”.
“Sostenibili, innovative e volano di sviluppo di territori e comunità. Sono le infrastrutture Webuild spiegate da Geopop”, c’è scritto sul sito della società di Pietro Salini, nome legato una costellazione di grandi opere in Italia e nel mondo, ma anche a una serie di conflitti ambientali e di speculazioni che hanno saccheggiato ecosistemi e comunità, come Gilgel Gibe III, la mega diga costruita in Etiopia accusata di aver mutato drasticamente la portata del fiume Omo generando un’atroce carestia tra la popolazione, soprattutto nelle dieci tribù aborigene legate alle piene stagionali dell’Omo.
Mentre attendiamo l’uscita di un contenuto sulle curiosità legate a questo lungimirante e utile progetto idroelettrico di Webuild, possiamo scoprire le caratteristiche della grande opera attesa sullo Stretto. Nei primi secondi del racconto dedicato al ponte c’è l’invito a “lasciare da parte la sfera politica ed economica”. Moccia dichiara di voler mantenere un approccio concreto e di voler consegnare soltanto le caratteristiche di un’infrastruttura “tanto dibattuta quanto incredibile dal punto di vista ingegneristico”.
Con un’efficace ricostruzione 3D, il fondatore di Geopop presenta il collegamento tra le due regioni italiane analizzando l’impalcato, le fondazioni, blocchi di ancoraggio e il sistema di sospensione. Ovviamente l’infrastruttura ne esce bene, tanto che anche Matteo Salvini condivide con orgoglio il video. Finalmente c’è qualcuno che fa buona informazione, avrà pensato il Ministro.
Come per l’asciugatrice Geopop spiega, presenta e chiarifica aspetti tecnici su commissione. Offre un servizio a pagamento e lo fa bene. Se per Webuild non può che configurarsi come un’operazione ben riuscita, lo stesso non si può affermare chi segue e sostiene Geopop.
A segnalarlo è la stessa community. “Come fate a dire di essere imparziali se il video è finanziato da chi deve costruire il ponte?”
“Io amo Geopop e Andrea, praticamente vi seguo dal giorno 0, ma non si può fare un video in collaborazione con chi andrà a costruire il ponte”. E ancora: “ho sempre ammirato i vostri contenuti ma non potete dare a Dracula le chiavi dell’emoteca”.
I contenuti di Geopop ci offrono la possibilità di riflettere sulla pretesa di neutralità dei racconti legati alle questioni tecniche e scientifiche. Il problema non è solo il finanziamento esplicito dei grandi colossi come Webuild: ad andare in crisi è l’aspirazione a non voler fornire interpretazioni di alcun tipo.
Eppure, aiutare lettrici e lettori a riconoscere rapporti di forza, poteri economici e politici significa dare un servizio, soprattutto se un media si candida a raccontare un progetto che sta modificando in peggio le condizioni materiali di vita delle persone.
In questo caso l’intento di semplificare il funzionamento di una grande infrastruttura aiuta a legittimare ogni tipo di intervento per arrivare alla sua realizzazione. Moccia dice di voler parlare solo di cose concrete, quasi a considerare come una seccatura il dibattito intorno alle conseguenze del ponte. La sua concretezza lascia volutamente degli aspetti nel buio.
Nei modelli 3D realizzati da Geopop non c’è la ricostruzione di cosa sta accadendo intorno alle zone che ospiteranno i piloni del ponte: a Messina, nell’area di contrada Margi, a Torre Faro, il progetto prevede l’esproprio di 448 immobili, tra cui 291 abitazioni, di queste case, circa il 60% sono prime abitazioni. Lo stesso vale per il lato calabrese, a Villa San Giovanni.
In un secondo video realizzato senza alcuna sponsorizzazione, Moccia parla invece dell’alta sismicità della zona e di cosa accade sotto lo Stretto, ma è comunque fiducioso perché i ponti vengono fatti anche in zone soggette a terremoti. Nessun riferimento alla rete 2000, alle aree protette e a tutte le criticità segnalate durante le conferenze dei servizi.
C’è spazio solo per un’esaltazione del potere delle costruzioni. Una vera infatuazione. L’idea che ci sia anche un treno emoziona l’autore di Geopop, rende tutto ancora più eccitante. Nessun riferimento ai dubbi che arrivano da altri esperti. “Garantire la percorribilità ferroviaria sul ponte di Messina appare veramente difficile”, ha spiegato più volte Emanuele Codacci-Pisanelli, ordinario di Scienza delle Costruzioni dell’Università degli Studi di Perugia e progettista di ponti in tutto il mondo:
“Sul treno si discute animatamente fingendo di non capirsi. Si sostiene che, dal punto di vista longitudinale, non ci siano criticità, ma il problema è trasversale: quando c’è vento — e nello Stretto accade spesso — il ponte si inclina, creando una rotaia più alta dell’altra. Le specifiche dell’Unione Internazionale delle Ferrovie stabiliscono una differenza massima di 3 millimetri tra le rotaie, non 60 come attualmente previsto: un numero spaventoso”.
Emanuele Codacci Pisanelli
“Tu da chi avresti preso i dati del progetto se non da chi deve costruirlo?” Chiede Moccia a un utente che vuole sapere di più di questa scelta su Webuild.
Una domanda lasciata lì con il chiaro intento di non voler aprire un dibattito sulla mercificazione dei contenuti e sulle scelte editoriali. Decidere di non affrontare con la propria community la questione del finanziamento di Webuild significa infantilizzare chi sostiene Geopop e la sua opera di divulgazione, quasi a voler affermare che esistano logiche di mercato non comprensibili per l’utente.
C’è di più: le grandi opere ci fanno capire i limiti della pacificazione del discorso tecnico-scientifico. Non c’è alcuna imparzialità nell’escludere le trame sociali generate dal ponte sullo Stretto. Anzi, si consolidano soltanto le ragioni di una filiera politica e imprenditoriale che invisibilizza spinte e tensioni, movimenti e saperi che hanno portato in luce il meccanismo coloniale dell’infrastruttura.
L’aspirazione alla terzietà non fa altro che confermare la scelta di assumere il punto di vista delle grandi corporazioni.
In tutti i video di Geopop c’è l’invito a sostenere il progetto, ora anche con la “missione cultura”, una campagna di abbonamenti per aiutare al team a realizzare contenuti speciali e iniziative come tour nelle scuole, serate live e serie podcast.
Hanno dimenticato, con un approccio quanto più neutrale e analitico possibile, di dichiarare di voler intrattenere una relazione privilegiata soltanto con alcuni mecenati.
Ecovandali finisce qui, condividete questa puntata con chi volete:
Per saperne di più:
Altreconomia, Quarant’anni di lotte per la biodiversità sullo Stretto di Messina
Filodirettonews, Relitti nello Stretto di Messina
Corriere della Calabria, Ponte sullo Stretto, oggi il parere «non vincolante» della Corte dei Conti










